Casa Ciampa – OPM Tavola Valdese

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Casa Ciampa è il nuovo progetto di centro diurno sperimentale indoor realizzato grazie al contributo della Tavola Valdese, ufficio Otto per Mille.

L’obiettivo generale del progetto realizzato grazie al contributo della Tavola Valdese OPM è quello di garantire a tutte e tutti gli utenti una buona qualità della vita quotidiana. Per raggiungere questo obiettivo le “chiavi” sono quelle della promozione della diversità, del rispetto della singolarità di ciascuna, del desiderio di lavorare e divertirsi insieme. Il progetto prende avvio dalla proposta di realizzazione di un nuovo Centro diurno, che consiste in una casa con un giardino ex casa cantoniera in affido dalla Regione Lazio. Nel rispetto dell’esperienza multidisciplinare maturata, l’Associazione ha scelto come guida metodologica per il nuovo centro una pratica utilizzata e applicata in moltissimi contesti istituzionali esteri, europei e anche italiani (Milano, Venezia, Bologna) ma non ancora a Roma; la pratique à plusieurs. Negli ultimi 40 anni questa pratica è stata applicata e utilizzata in molti contesti istituzionali diversi e ha mostrato di essere in grado di produrre risultati clinici efficaci nel campo del trattamento e della rieducazione delle persone con autismo, psicosi grave e in generale con disabilità psicofisica, garantendo la possibilità di utilizzare più metodologie e pratiche cliniche. Considerate le dimensioni di CasaCiampa, il progetto sarà rivolto a 10 destinatari, in regime semi-residenziale, per un periodo di 12 mesi. Il Centro è arredato come una “normale” casa: c’è una cucina, due bagni, un salotto/camera da pranzo, due stanze per i laboratori e uno studio/ufficio; tutto intorno c’è un “giardino di piante e fiori”, un orto e uno spazio comune all’aperto con tavolo, barbecue e lavandino.

CasaCiampa è pensata per essere accogliente, calda e pulita. Le attività quotidiane sono regolari e regolate. I laboratori sono costruiti “su misura” per gli utenti.
Ogni mattina (10-11) si svolge l’accoglienza degli utenti, un saluto collettivo e una breve “riunione” in cui si propongono le attività della giornata riportate in bacheca.
Nelle due ore successive (11-12 e 12-13) ci sono gli ateliers: musica, stimolazione sensoriale, ritmo, creatività, orto, giardino, ginnastica, danza, disegno, colori, puzzle, recitazione/mimo etc. (con un ‘attenzione alla “stagionalità” per facilitare l’ubicarsi nel tempo dell’anno) A pranzo (13-14.30) si mangia tutti insieme (utenti e operatori) e ci si riposa un po’; sia la
preparazione che il riordino successivo rientrano in attività di laboratorio in cui gli utenti, a turno, sono coinvolti. Molti utenti prendono farmaci all’ora di pranzo, per alcuni di loro è importante fare “il riposino”, che verrà quindi garantito a chi ne ha bisogno. Nell’ora successiva (14.30-15-40) ci sono altri ateliers.
Dalle 15.45 ci si prepara per concludere con calma le attività, si fa il saluto di fine giornata e ci si dà appuntamento per il giorno successivo.
Alle 16.00 si torna a casa.
La pratique à plusieurs inizia nel 1974 all’Antenne 110, un’istituzione situata vicino Bruxelles che accoglieva (e tuttora accoglie) bambini con disabilità, autistici e gravemente psicotici. Il
nome, pratique à plusieurs, è abbastanza intraducibile in italiano, e può forse essere reso come “pratica a diversi” o “pratica a più″. La pratica consiste nella risposta data dall’istituzione alle enormi difficoltà dei soggetti con disabilità grave, chiusi a ogni tipo di legame sociale. «Essa è il risultato di una elaborazione clinica e teorica il cui punto di partenza era quello di prendere sul serio [..] l’affermazione che “anche l’autistico è nel linguaggio”». Essere nel linguaggio non significa però essere nel discorso, cioè nelle modalità in cui prendono corpo i legami sociali. Il problema della persona con autismo è quindi quello di essere nel linguaggio ma “fuori discorso”, fuori dal legame con l’Altro. Per esempio, il bambino, (e in generale l’essere umano) rivela la sua posizione e il suo rapporto con il linguaggio attraverso il gioco. Nel gioco (il cosiddetto gioco simbolico) il soggetto si fa rappresentare da un oggetto che prende lo statuto di “significante” della sua posizione soggettiva rispetto agli altri; inoltre egli mostra di possedere, e di condividere con gli altri, delle regole, mostrando il proprio rapporto con la legge con il simbolico L’autistico però non “gioca” L’oggetto che quasi sempre ha con sé non rappresenta un qualcosa per giocare ma qualcosa che
contemporaneamente lo isola e lo completa. L’oggetto (uno spago, una macchinina, un libro) non svolge cioè la funzione di metterlo in relazione con gli altri ma quella di complemento (se gli viene sottratto produce di solito rabbia e angoscia) e di protezione, una barriera. Secondo Antonio Di Ciaccia (“inventore” della
pratica) la persona con autismo, per fronteggiare la difficoltà radicale determinata dal suo particolare rapporto con la parola, è presa in una
doppia operazione: un’operazione di autodifesa e un’operazione di autocostruzione.
􀀀 Autodifesa perché il simbolico prende valore di reale;
􀀀 Autocostruzione nei tentativi del soggetto autistico di introdurre un minimo di simbolico nel deserto di reale in cui vive. Avviene cioè grazie ai movimenti che il soggetto esercita sugli
oggetti, applica un po’ di simbolico (più-meno, andare-venire, aprire-chiudere, accenderespegnere etc.), un battito a due tempi, all’oggetto che gli è proprio o, a volte, al suo stesso corpo (es. il dondolio);
Tre punti orientano il lavoro dell’istituzione:
Dare spazio all’Altro della parola (“riconoscimento” del soggetto) accoppiandolo all’Altro del linguaggio (luogo dove si iscrivono i significanti, cioè il campo prettamente  umano, “il lì dove si parla”);
Assicurare a questo Altro, regolato e limitato, una continuità spazio-temporale, (cioè più che somministrare un trattamento o una terapia, creare un’atmosfera che permetta ai soggetti autistici e psicotici di “vivere bene” la loro quotidianità);
Garantire che ci siano più soggetti, uno per uno, pronti a farsi partner degli utenti.

Gli operatori, partners del soggetto con un funzionamento psicotico/autistico, devono quindi impegnarsi in una doppia operazione:
1. saper cogliere le manovre che l’utente fa con la manipolazione del corpo e degli oggetti , trasformarli cioè in una metafora
2. sospendere l’interpretazione, cioè il sapere per poter trasformare l’oggetto in qualcosa che sia sembiante.